Atto primo
Ampio cortile della casa di Fabrizio
I famigli della casa e gli abitanti del villaggio festeggiano l’annunciato ritorno dalla guerra di Giannetto, figlio del ricco fittavolo Fabrizio Vingradito; mentre si prepara allegramente la mensa, tra lo spasso generale una gazza, nella sua gabbia, ripete più volte il nome di Pippo, giovane contadino alle dipendenze di Fabrizio. Dopo aver inneggiato al vino, Fabrizio confida alla moglie Lucia il proprio desiderio di vedere Giannetto sposo di Ninetta, una ragazza al loro servizio; Lucia, però, non prova alcuna simpatia per la povera serva e anzi lamenta la trascuratezza della giovane che di recente ha smarrito anche una posata d’argento.
Mentre tutti sono indaffarati all’interno della casa per completare i preparativi della festa, Ninetta, felice per il ritorno dell’amato Giannetto, giunge dalla collina e viene accolta paternamente da Fabrizio; il loro colloquio viene interrotto da Lucia, sempre indispettita per la scomparsa della posata. Quando i tre si sono allontanati, Isacco, mercante e usuraio del villaggio, entra nel cortile per offrire le sue mercanzie, ma incontra Pippo che lo invita ad andarsene. La scena torna ora a riaffollarsi: tutti corrono incontro a Giannetto che abbraccia commosso Ninetta, mentre Pippo intona un brindisi. Quindi Giannetto si reca con i genitori a far visita a uno zio malato mentre Ninetta resta sola per badare alla casa. La giovane viene raggiunta da un uomo vestito di stracci nel quale riconosce subito il suo povero padre, Fernando Villabella: militare da molti anni, egli è dovuto fuggire dal reggimento perché condannato a morte in seguito ad un alterco con il suo capitano. L’arrivo di Gottardo, Podestà del villaggio invaghito di Ninetta, costringe Fernando ad avvolgersi nuovamente nei suoi cenci per non essere riconosciuto. Accortosi di Ninetta, il Podestà le rinnova ancora una volta le sue profferte amorose; Ninetta lo respinge mentre Fernando, che il Podestà crede un povero viandante, deve rimanere in disparte fingendo di dormire. L’arrivo di un messaggio urgente costringe il Podestà a mettersi alla ricerca dei suoi occhiali. Ninetta ne approfitta per confortare il padre: questi le consegna una posata d’argento dandole l’incarico di venderla e di nascondere il ricavato, che gli permetterà la fuga, sotto un castagno ai margini del bosco. Nel frattempo, poiché il Podestà non riesce a trovare gli occhiali, è Ninetta a leggere il messaggio appena giunto: esso contiene l’ordine di arrestare suo padre accusato di diserzione. Per sviare le ricerche però, la giovane cambia i connotati paterni descritti sul foglio. Vedendo il Podestà insidiare nuovamente Ninetta con le sue galanterie, Fernando questa volta non riesce a trattenersi e allontana il vecchio magistrato che esce profferendo oscure minacce. La scena rimane vuota, mentre la gazza, uscita dalla gabbia, vola sulla tavola per rubare un cucchiaio.
Stanza terrena in casa di Fabrizio
Ninetta vende a Isacco la posata del padre, ma uscendo per portare il ricavato sotto il castagno viene trattenuta dall’arrivo dei padroni di casa. Con loro giunge anche il Podestà che si congratula con Giannetto per le sue imprese militari. Nell’imbandire la tavola Lucia scopre la mancanza di un’altra posata. Nonostante l’opposizione di Fabrizio, il Podestà apre immediatamente un’inchiesta e scopre così che Ninetta è figlia del disertore ricercato e che è in possesso di una somma di denaro di cui non riesce a spiegare l’origine. Pippo, che ha saputo da Ninetta della vendita della posata ad Isacco, lo rivela innocentemente a Gottardo. Il Podestà, ansioso di vendicarsi dell’oltraggio ricevuto, convoca allora l’usuraio che testimonia di avere acquistato da Ninetta una posata su cui erano incise le lettere F.V.: tutti sono ormai convinti che il proprietario della posata venduta sia Fabrizio Vingradito, mentre Ninetta, per difendere il padre, non può dimostrare che quelle iniziali stanno invece ad indicare Fernando Villabella. Tra lo sgomento generale, il Podestà accusa Ninetta di furto e ordina che sia condotta in prigione.
Atto Secondo
Vestibolo delle prigioni
II carceriere Antonio, impietosito dalla cattiva sorte della povera serva, acconsente che Ninetta esca dalla cella a godere della luce del giorno. La giovane lo prega di chiamare Pippo con cui vuole confidarsi. Nel frattempo Giannetto, sconvolto dal sospetto che Ninetta sia colpevole, riesce a ottenere dal carceriere un colloquio con la reclusa: a lui Ninetta proclama il suo amore e la sua innocenza, ma insieme afferma di non volersi difendere davanti al tribunale per non danneggiare una persona già duramente colpita dal destino. La fanciulla, infatti, non vuole mettere in pericolo il padre narrando come realmente si siano svolti i fatti. Giannetto si allontana promettendole che tenterà di tutto per salvarla. Rimasta sola Ninetta è raggiunta dal Podestà: questi cerca nuovamente di insidiare la giovane alla quale promette la libertà in cambio del suo amore. All’ennesimo rifiuto il Podestà si allontana minaccioso, mentre il suono dei tamburi annuncia l’apertura del processo. Dopo poco tempo giunge Pippo; nella speranza di salvare il padre, Ninetta lo prega di prestarle tre scudi e di nasconderli sotto il castagno convenuto, prima di sera. Quindi, presentendo la sua condanna, Ninetta gli consegna un anello per Giannetto e lo saluta con commozione.
Stanza terrena in casa di Fabrizio
Lucia, che ha sempre incolpato Ninetta, è presa dal dubbio e dal rimorso. La donna si imbatte in Fernando, angosciato per non aver ancora trovato, sotto il castagno, il denaro necessario per la fuga; venuto a sapere da Lucia che la figlia è ingiustamente imprigionata, Fernando decide di costituirsi pur di salvarla.
Sala del tribunale
I giudici pronunciano la sentenza di morte per Ninetta e a nulla vale l’intervento di Giannetto che vorrebbe convincerla a svelare il suo segreto. Fernando allora si fa largo tra la folla e si costituisce implorando la salvezza della figlia. Il suo intervento, però, giunge troppo tardi: la sentenza è stata già emessa e non può essere modificata. Ninetta viene condotta al patibolo e Fernando in prigione.
Piazza del villaggio
Lucia esce dalla chiesa dove ha pregato per la salvezza di Ninetta. Quando la piazza rimane deserta giunge Ernesto, militare e amico di Fernando: egli è in cerca del Podestà per comunicargli che il Re ha concesso la grazia e la libertà a Fernando. Pippo, che ha appena nascosto il denaro sotto il castagno, si imbatte in Ernesto e gli indica la casa del Podestà. Una volta solo, Pippo conta le monete che gli sono rimaste e quindi viene raggiunto da Antonio; mentre i due stanno conversando, sotto i loro occhi la gazza ruba una moneta a Pippo volando poi sul campanile; entrambi si precipitano a recuperare la moneta, quando nella piazza passa il corteo che conduce Ninetta al supplizio. Nel frattempo, però, Pippo e Antonio scoprono sul campanile le due posate scomparse. Tutti comprendono che la vera colpevole dei furti era la gazza; la prova dell’innocenza di Ninetta è certa e mentre le campane suonano a festa, Giannetto e Fabrizio corrono a fermare l’esecuzione. Al richiamo delle campane la piazza si riempie e giunge il Podestà. Improvvisamente si sente una scarica di fucili; tutti temono che l’esecuzione sia avvenuta, ma grida di gioia annunciano invece l’arrivo del carro coperto di fiori sul quale si trova Ninetta ormai libera. I fucili hanno sparato a salve in segno di giubilo. Ninetta, tuttavia, è ancora turbata per le sorti del padre che crede in prigione. Questi, invece, grazie ad Ernesto, è stato scarcerato e può ora riabbracciare la figlia. Il Podestà strabiliato rimane da parte, mentre Lucia unisce la mano di Giannetto a quella di Ninetta tra l’esultanza generale.
Nell’ampio catalogo rossiniano tre titoli appartengono al genere semiserio: Torvaldo e Dorliska (1815), La gazza ladra (1817), Matilde di Shabran (1821). La gazza ladra è tra questi certo l’esito più alto: una partitura abnorme per dimensioni (la sua durata supera di quasi il doppio quella degli altri titoli del catalogo rossiniano, escludendo Semiramide e Guillaume Tell) e per impegno compositivo (si pensi alla quasi assoluta mancanza di musica ripresa da opere precedenti, il che vuol dire assunzione di un impegno straordinario). A motivare uno sforzo compositivo così intenso non sembra sufficiente indicare una tappa, peraltro importante, della biografia del Pesarese quale la fine della collaborazione di Rossini con i teatri della Penisola, sancita appunto dalla composizione della Gazza ladra. Il fatto che quest’opera sia l’ultima scritta da Rossini dopo la sua nomina a direttore dei teatri napoletani (1815) è piuttosto occasione esterna. Dato senza dubbio più determinante fu la commissione. L’incarico di comporre una nuova opera giunse a Rossini dal Teatro alla Scala di Milano, con il quale egli si impegnò prima del marzo 1817. Il libretto era fornito da un poeta «di fresca data», come scrive Rossini in una lettera alla madre, vale a dire Giovanni Gherardini, letterato di spicco della vita culturale milanese, direttore del ‘Giornale d’Italia’, autore di drammi giocosi per musica, commedie in prosa, traduttore di classici e importante filologo. Con la prima redazione del libretto della Gazza Gherardini partecipò a un concorso indetto dall’Impresa dei Reali Teatri di Milano, guadagnandosi parole di stima da Vincenzo Monti, che lodava l’azione «sviluppata con naturalezza e chiarezza», nonché i caratteri ben lumeggiati e felicemente messi in contrasto». La fonte letteraria di Gherardini era un soggetto tratto dal teatro francese, La Pie voleuse , di T. Babouin d’Aubigny e Louis-Charles Caigniez, un ‘mélo-historique’ (basato cioè su un fatto che si riteneva di cronaca) rappresentato a Parigi nel 1815. Il fatto che Rossini abbia preventivato tre mesi di lavoro per la composizione dell’opera da darsi al Teatro alla Scala indica quanta importanza egli attribuisse alla propria rentrée nel teatro milanese. Dal tempo della Pietra del paragone (1812), salutata da un grande successo, il melodramma rossiniano aveva conosciuto a Milano esiti incerti con Aureliano in Palmira (1813) e Il Turco in Italia (1814), tanto che il corrispondente di un giornale tedesco, la ‘Allgemeine Musikalische Zeitung’, poteva scrivere: «Rossini alcuni anni fa furoreggiava a Milano e Venezia, ora se ne ha abbastanza di quasi tutte le sue opere in ambedue le città. L’anno scorso a Napoli fu innalzato alle stelle: ora perfino là cominciano a fare tutt’altri discorsi su di lui». Probabilmente avvertito di tanta malevolenza, Rossini affinò le armi, e il fatto di confrontarsi con un’opera semiseria giocò a suo favore. Il genere semiserio infatti, per sua costituzione in bilico tra buffo e tragico, consentiva a un compositore come Rossini, così straordinariamente dotato di senso dell’equilibrio stilistico e formale, di dare ottima prova di sé in entrambi i generi. Come l’opera buffa e quella seria, anche l’opera semiseria era caratterizzata da convenzioni precise, in gran parte mutuate dalla comédie larmoyante e dalla pièce à sauvetage . Innanzitutto il lieto fine, dove un innocente, generalmente una persona del popolo ingiustamente condannata, sfugge in extremis alla condanna a morte; poi l’ambientazione, solitamente di tipo feudale, che vede il castello o palazzo del persecutore, che è sempre un nobile o comunque persona di rango elevato, incombere sulla scena quale concretizzazione visiva dell’arroganza del potere. Luoghi topici del genere semiserio sono la prigione o la torre (che racchiude l’innocente condannato), la piazza del villaggio (dove si radunano i contadini), la casa del signore.
Fonte
Dizionario dell'Opera