Turandot

Dramma lirico in 3 atti
di Giacomo Puccini
Condividi
+
recite concluse
img/icon_libretto.png

Libretto di

Giuseppe Adami e Renato Simoni

img/icon_music.png

Musica di

Giacomo Puccini

img/icon_time.png

Durata

2.45 Ore circa - intervalli inclusi

img/icon_map.png

Teatro Filarmonico

Questo spettacolo è stato proposto per la Stagione Lirica 2016-2017

 

Venerdì 16 dicembre 2016 alle 20.00, con Turandot di Giacomo Puccini, la Fondazione Arena di Verona inaugura la Stagione Lirica 2016-2017. 

 

Nell’anniversario dei 90 anni dalla prima rappresentazione, Turandot viene proposta nell’allestimento della Slovene National Opera and Ballet di Maribor con regia, scene e luci di Filippo Tonon e i costumi di Cristina Aceti. Il M° Jader Bignamini guida l’Orchestra e il Coro dell’Arena di Verona preparato dal M° Vito Lombardi.

 

 

 

Turandot rientra nel progetto Ritorno a Teatro, dedicato al mondo della scuola. Martedì 20 dicembre alle ore 18:00 e giovedì 22 dicembre alle ore 19:00 sarà presentato lo spettacolo in un breve incontro. Al termine del Preludio verrà offerto ai presenti un aperitivo prima di assistere alla rappresentazione.

 

Direttore d'Orchestra Jader Bignamini

Regia, scene e luci Filippo Tonon

Costumi Cristina Aceti

Maestro del Coro Vito Lombardi

Direttore allestimenti scenici Giuseppe de Filippi Venezia


Allestimento della Slovene National Opera And Ballet di Maribor

Orchestra Coro e Tecnici dell'Arena di Verona

Nota è la genesi dell’opera commissionata a Puccini nel Natale 1920, in un progetto originario che doveva articolarsi in due atti. Nella stesura, la difficoltà maggiore che Puccini incontra è proprio quella della metamorfosi della protagonista, e sfortunatamente il compositore, anche a causa della lentezza dell’avanzamento dei lavori dei due librettisti Giuseppe Adami e Renato Simoni, non riuscirà a vederla terminata. Puccini infatti muore il 29 novembre 1924 a Bruxelles lasciando l’opera compiuta solamente fino alla morte di Liù; l’opera viene quindi terminata da Franco Alfano sulla base degli appunti di Puccini, va in scena per la prima volta al Teatro alla Scala il 25 aprile 1926 diretta da Arturo Toscanini.

Il 18 marzo 1920, in una lettera a Renato Simoni, Puccini scrive “… In fine: una Turandot attraverso il cervello moderno, il tuo, d’Adami e il mio.” Circa un mese dopo, scrive “la nostra Principessa (su cui sempre più si fissa la mia mente) sarà felice di vederci uniti per vivisezionarne l’anima”.

È questo il punto di partenza del regista Filippo Tonon: l’ambientazione ha poca importanza, il pubblico all’apertura del sipario vedrà una mente, sebbene i richiami estetici rispettino il luogo dell’azione reinventando i personaggi in chiave favolistica e di fantasia. Il regista intende ricreare un meccanismo in cui la mente umana si trova “imprigionata” in una serie di situazioni più o meno gestibili: “Siamo all’interno del grande meccanismo della mente umana. Spesso ci chiediamo perché le cose avvengano e perché le vediamo ripetersi continuamente, instancabilmente, pur immaginando di aver risolto o superata una certa situazione. È il processo del meccanismo: la mente umana ha dei meccanismi, da superare, che possono essere anche più forti della mente stessa. La mente addirittura si crea delle situazioni, cambia le condizioni esterne, si dà delle giustificazioni per fare in modo che un determinato atteggiamento sia corretto, non possa che essere così. In questo modo si rimane soffocati all’interno di un circolo vizioso che non può avere fine fino al momento in cui non avviene un fatto, all’interno della nostra vita, che ne pregiudica l’equilibrio, che altera il castello che la mente si è costruita, auto-ingannandosi”.

Ecco quindi una chiave di lettura al personaggio di Turandot; l’evento cardine che dà una svolta alla situazione e interrompe questo meccanismo creato da Turandot e del quale tutti (popolo, ministri, ancelle e Imperatore) sono stati vittime, è rappresentato proprio dalla soluzione degli enigmi da parte di Calaf. Ma la mente di Turandot non si arrende e il meccanismo viene rimesso in moto quando la Principessa scopre il nome del Principe; è solo con il libero arbitrio “che l’essere umano può vincere e superare il meccanismo, dicendo “basta, non più”. E la mente quindi si apre alla luce e al mondo”.

L’allestimento rispecchia quindi questo viaggio nel meccanismo umano e, come ha dichiarato il regista, si traduce in “uno spazio scenico semplice, ma efficace al tempo stesso, con pochissimi elementi che cambiano, che vanno e vengono, proprio per dare quel senso di disagio e di cambiamento continuo di una mente che vuole auto-ingannarsi per poter andare avanti, cambiando le situazioni della realtà a suo piacimento. L’ambientazione è inventata: può essere la Cina ma può anche non esserlo, può essere il tempo delle favole o il futuro. È una storia perenne”.

ATTO I

A Pechino è l'ora del tramonto. Dall'alto delle mura del palazzo imperiale, un mandarino annuncia al popolo l'editto di Turandot, la bellissima e crudele figlia dell'imperatore Altoum: la principessa andrà in sposa al pretendente di sangue reale che riuscirà a sciogliere tre enigmi da lei proposti; chi fallisce sarà decapitato. Come gli altri che lo hanno preceduto, anche il principe di Persia non ha superato la prova e verrà giustiziato al sorgere della luna.

Tra la folla, ci sono Timur, anziano re dei Tartari in esilio e ormai cieco, e la fedele schiava Liù. Nel tumulto il vecchio cade a terra, Liù chiede aiuto. Ed ecco un giovane farsi largo e accorrere: è il principe Calaf, figlio di Timur. Pure lui in fuga dal paese d'origine, viaggia in incognito per non destare sospetti. La commozione di ritrovarsi dopo tanto tempo è grande; il padre racconta che è stata Liù ad aiutarlo durante l’esilio. Il principe, riconoscente, chiede alla giovane il motivo di tanta dedizione. Lei risponde con disarmante dolcezza che un giorno, tanto tempo prima, lui le aveva sorriso. Da allora lo ama segretamente.

Intanto la folla aizza sadicamente i servi del boia e attende con impazienza che la luna illumini il cielo; quando però il principe persiano viene finalmente portato al patibolo, nel vederlo così giovane e bello, la ferocia cede alla pietà e tutti chiedono la grazia. Calaf maledice Turandot per la sua crudeltà, ma il grido gli si smorza quasi tra le labbra: la principessa appare al balcone per un breve istante a confermare con un gesto imperioso la condanna a morte, e lui resta folgorato dalla sua bellezza. Decide così di conquistarla e di cimentarsi nella prova degli enigmi.

Timur e Liù tentano di fargli cambiare idea. Anche i tre ministri imperiali, Ping, Pang, Pong, le provano tutte per indurlo a rinunciare. Ma Calaf è determinato. Raccomanda a Liù - che cerca disperatamente un’ultima volta di convincerlo - di prendersi cura del padre. Quindi invoca tre volte Turandot e batte senza esitazione tre colpi di gong, annunciando così la volontà di sottomettersi alla prova.

ATTO II

In un padiglione accanto al palazzo imperiale, Ping, Pang e Pong ripassano sia il protocollo nuziale che quello funebre, in attesa della sfida del principe ignoto. Stanchi della crudeltà di Turandot e delle innumerevoli morti dovute ai suoi enigmi, i ministri si abbandonano nostalgicamente al ricordo della felice vita di un tempo e sognano di ritornare nelle loro case di campagna. Il brusio della reggia in preparativi li richiama alla realtà: la cerimonia degli enigmi, che si concluderà con l'ennesimo, probabile supplizio, sta per iniziare.

Nel grande cortile della reggia, il vecchio Imperatore siede sul trono in cima a una scala monumentale, circondato dall'intera corte. Con voce fioca, per tre volte invita il principe ignoto a rinunciare alla sfida. Ostinatamente, per tre volte Calaf rifiuta. Ma ecco Turandot. Bellissima, impassibile, spiega che il motivo della sua ferocia e del suo odio verso gli uomini è atavico. Migliaia di anni prima una sua antenata fu violentata e uccisa da un re straniero; proprio per vendicare quel lontano crimine lei ora sottopone i suoi pretendenti alla prova crudele, sicura che nessuno l'avrà mai. Quindi invita il giovane a ritirarsi, ma lui ancora una volta rifiuta e la prova ha luogo.

Il Principe ignoto scioglie uno dopo l'altro i tre enigmi, dando le risposte esatte: speranza, sangue, Turandot. La folla acclama il vincitore. Umiliata, la principessa implora il padre di salvarla dalle braccia dello straniero di cui non sa ancora il nome. Ma l'imperatore le ricorda la sacralità del voto. A questo punto, è Calaf a scioglierla dal vincolo, a condizione che anche Turandot risolva un enigma: prima dell'alba dovrà scoprire il suo nome e la sua origine. Se ci riuscirà, lui sarà pronto a morire.

ATTO III

È notte. Nel giardino della reggia, si sentono le voci degli araldi che annunciano il decreto di Turandot: nessuno deve dormire in città finché non sarà scoperto il nome del principe ignoto. Calaf aspetta trepidante che arrivi l’alba, sicuro che alla fine il suo amore vincerà. Irrompono quindi i tre ministri che, prima con promesse, poi con minacce, tentano di strappargli il segreto. All'ennesimo rifiuto, un gruppo di guardie introduce Timur e Liù logori e insanguinati: visti in compagnia del principe, sono sospettati di essere a conoscenza del suo nome. Davanti a Turandot, Liù dichiara di essere la sola a saperlo, ma per amore non lo svelerà. La principessa la fa torturare, ma la schiava non cede. Ammirata, Turandot le chiede dove trovi tanta forza; Liù le risponde che le viene dall’amore e che presto anche lei arderà della stessa fiamma. Poi, temendo di tradire il suo segreto sotto tortura, si uccide con un pugnale. La morte di Liù scuote profondamente tutti.

Calaf e Turandot rimangono soli. Il giovane affronta la principessa con fermezza ma anche con la forza dell'amore, lei cerca di respingerlo ma lui riesce a baciarla sulla bocca. Come se si fosse rotto un incantesimo, Turandot scopre un sentimento nuovo e ignoto, capace di sciogliere il suo cuore di ghiaccio. Ora capisce di aver tenuto e amato il principe fin dal primo momento. E il principe solo allora le rivela il proprio nome: si chiama Calaf ed è figlio di Timur; se lei lo desidera, può ancora mandarlo a morte. Di lì a poco, davanti all'imperatore, ai dignitari e a tutto il popolo, Turandot dichiara di conoscere finalmente il nome dello straniero: il suo nome è Amore.

Manifesto Turandot - Teatro Filarmonico

Turandot
Tiziana Caruso
16, 18, 23 dicembre
Teresa Romano 20, 22 dicembre

Calaf
Walter Fraccaro 16, 18, 23 dicembre
Martin Muehle 20, 22 dicembre

Liù
Rocio Ignacio 16, 20, 22 dicembre
Donata D’Annunzio Lombardi 18, 23 dicembre

Timur Carlo Cigni

Ping Federico Longhi

Pong Massimiliano Chiarolla

Pang Luca Casalin

Imperatore Altoum Murat Can Güvem

Un mandarino Nicolò Ceriani

Il principe di Persia
Salvatore Schiano di Cola 16, 18, 23 dicembre
Angel Harkatz Kaufmann 20, 22 dicembre

TURNO A - domenica 18/12/16 ore 15.30

TURNO B - venerdì 23/12/16 ore 15.30

TURNO C - martedì 20/12/16 ore 19.00

TURNO D - giovedì 22/12/16 ore 20.00