Arena di Verona

Interviste  

A tu per tu con gli artisti

 
 
 

Gianfranco de Bosio

...il compito di un regista è portare la vita in palcoscenico...

Gianfranco de BosioL’Aida di Zenatello e Fagiuoli, ridefinita da de Bosio, sta all’Arena di Verona come il colonnato del Bernini a San Pietro in Roma. L’hanno detto in questi giorni a un’emittente captata in auto, probabilmente una radio veneta, e può darsi che abbiano un po’ esagerato. Però questa Aida vetusta nell’età e fragrante nella bellezza, quando ogni tanto riappare in mezzo alle altre interpretazioni, ci dà il grato sollievo di un pezzo rimesso a posto, di un appuntamento felicemente ritrovato, di una proposta sempre logica e feconda. Ci sembra di guardare il monumento con gli occhi del tenore Zenatello quando, fra le nude pietre ancora mai solcate da spettacoli d’opera, decise che era stato creato, pur con qualche centinaio di secoli d’anticipo, per far rappresentare l’Aida.
Anche quest’anno è Gianfranco de Bosio a metterla in scena. Da qualche tempo ha superato l’ottantina, e qualche volta lo dice, forse per la vanità di sentirsi rispondere immancabilmente: ma «figùrati!». E’ per natura un intellettuale, un docente, uno studioso, ma sta sulle assi di palcoscenico dalle brillanti regìe da quando fondò il Teatro Ruzante con gli universitari, a Padova, nel 1949. Nel 1981 il sovrintendente Carlo Alberto Cappelli ebbe l’idea di ripristinare l’allestimento con cui l’Arena incominciò la sua mitica attività di teatro d’opera, il 10 agosto 1913, e gliel’affidò. Cappelli era un uomo d’idee, e l’idea era rischiosa ma eccellente: era anche uomo di parola, e il contratto fu sancito sùbito con una stretta di mano. Nell’estate del 1982, la vecchia-nuova Aida era acclamata nell’anfiteatro gremito.

I decenni si srotolano, il mondo si scompiglia... Che effetto fa, maestro de Bosio, riprendere questa regìa? Aida storica

Io credo che la mia impressione sia la stessa di tutti quelli che ci lavorano: una gioia, un onore. Nessuno dubita che questo spettacolo abbia la giusta misura per collegare il mondo egizio come Verdi lo immaginava, e noi, nel suo spazio ideale. Non solo per l’ampiezza, con 26 metri di boccascena e 30 di profondità, ma per la suggestione della costruzione storica, per la presenza delle migliaia di spettatori tutti raccolti anche fisicamente verso la scena. E le immagini sono in linea perfetta con quelle che Verdi si aspetterebbe, dopo aver tanto lavorato per rimanere fedele ai disegni acquarellati dell’archeologo Mariette. Noi abbiamo studiato l’allestimento di Fagiuoli con la stesso accanimento con cui Fagiuoli, con i mezzi che aveva a disposizione, ha studiato Verdi e Mariette. Quest’anno ho ripristinato anche il soffitto del quarto atto, che in un’altra ripresa era stato troppo problematico allestire. In quelle dimensioni, senza soffitto, a cielo aperto, alzare in un intervallo un telone di dipinto di quel peso è per i macchinisti un’impresa esaltante.

E’ un allestimento che ci sembra comunque molto moderno e funzionale, un allestimento modulare: le colonne disegnano ambienti e prospettive diverse, dando unità all’immagine e togliendo i faticosi intervalli per i cambi di scena.

Le colonne sono invisibilmente carrellate a due a due e si spostano creando sette situazioni diverse, come il libretto chiede. E mentre raccolgono tutta l’attenzione per la perfezione del meccanismo e la bellezza, lasciano però respirare l’Arena, non la escludono. Gli allestimenti più deboli in Arena sono quelli che vogliono mimetizzarla, coprirla, piegarla ad altre figurazioni. Invece altri l’hanno fatta protagonista: ad esempio quella del 1969 di Luciano Damiani, con i suoi vuoti e la sua sobrietà ammaliante.

Aida storicaSi è preso delle libertà nel riallestire?

Le libertà richieste ad un regista che deve far vivere lo spettacolo da artisti sempre diversi, e con quegli aggiustamenti che via via si propongono proprio cercando la più consona fedeltà all’idea ispiratrice, e con i mezzi che ci sono offerti. Per esempio, all’inizio il tempio del terzo atto dominava al centro. Con lo scenografo Vittorio Rossi, che dirigeva l’allestimento, l’ho portato di lato, come l’azione richiede, lasciando protagoniste le rive del
Nilo. E poi ogni interprete deve avere i suoi gesti, per esprimere la sua verità. Il compito di un regista è portare la vita in palcoscenico.

E la vita in palcoscenico fuori dal copione? Nel corso di tanti anni e repliche dev’esser successo di tutto... Nel libro che Lei ha scritto per Il Saggiatore, con il diario della regìa, ad esempio, la ballerina Bianca Gallizia racconta che in un’Aida, quando era fra i moretti, nella famosa danza, e le bambine truccate di nero non si riconoscevano più fra loro, non trovarono più le posizioni giuste, si arrangiarono ma ridendo irrefrenabilmente, e ciascuna uscendo si prese uno scapaccione dal direttore di scena.

Eh, gli episodi sono innumerevoli. Ma anche i fatti curiosi ricorrenti. Ricordo la compostezza, la semplicità emozionante di Maria Chiara, Aida...e le proteste della grandissima Fiorenza Cossotto, Amneris perché, dopo il duetto in cui lei deve lasciare la scena per prima, la Chiara attraversando il grande palcoscenico sugli ultimi accordi, faceva in tempo a prendersi un bel po’ di applausi da sola. Ricordo il formidabile tenore Bonisolli, un tipo fatto a modo suo, che quando di giorno il palcoscenico era sgombro, ci girava velocissimo in bicicletta cantando a squarciagola “Se quel guerrier io fossi...”... Aida storica

E le nuove generazioni come la prenderanno, quest’Aida di sempre?

Ah, credo proprio bene. Non vengono ad ascoltare un’opera rammodernata, ma un’Aida autentica. Questa lo è, fin nei dettagli. Penso al tempo e allo spazio giusto per il grande corteo, penso alle trombe egizie a grande distanza, in alto, col suono che passa sopra l’orchestra, lucente, trionfale. Penso al raccoglimento dei momenti intimi nel contrasto... E’ un’Aida che più Aida non si può. Li consegniamo a Verdi. In buone mani.


«Questo non scriverlo», direbbe Gianfranco de Bosio se fosse meno navigato nelle interviste, invece scuote il capo e mi sogguarda sorridendo ironico: cose del mondo. E poi esprime il suo paradossale, saggio parere: «Questa meravigliosa Aida ha avuto la fortuna di essere stata pensata e realizzata da uomini idealisti, capaci e generosi. Che però hanno avuto anche un vantaggio: non avere tempo e non avere soldi a sufficienza. E hanno dovuto inventare soluzioni geniali».

di Lorenzo Arruga
Giugno 2008

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