Arena di Verona

Interviste  

A tu per tu con gli artisti

 
 
 

Micaela Carosi

...arrivati a certi livelli la tecnica rimane a casa...

Dopo il doppio debutto come Abigaille e Aida nel 2002, il soprano romano debutta all'Arena di Verona nel ruolo di Liù in Turandot.

Come è nata la Sua passione per la lirica? Micaela Carosi - Soprano

E' nata con me perché ho sempre cantato, iniziai gli studi da bambina, all'Accademia Polifonica Romana. A 18 anni potei finalmente entrare in conservatorio, dal quale uscii con il diploma di canto, come mezzosoprano; sentivo che le mie prestazioni non erano troppo convincenti, fu allora che decisi di non aspettare passivamente il destino, cambiai insegnante e mi ritrovai soprano. Nel duemila iniziai a vincere i primi premi assoluti di quei concorsi che vengono considerati importanti per debuttare, come per esempio Spoleto, Busseto, le Voci Verdiane, e poi anche quelli internazionali in Spagna, il Vinas, l'Aragall, quello di Bilbao che mi hanno appunto permesso di essere conosciuta a livello internazionale. Questa è stata l'evoluzione. Era come se la lirica fosse parte del mio dna. Quando per esempio scoprii di essere soprano e non mezzosoprano non fu un momento semplice, ma ho sempre avuto questa determinazione, questa costanza, questa…vocazione, anche se mi sembra una parola grossa, però è qualcosa di molto vicino alla vocazione. Penso di non aver mai tradito questo ideale.
Il 2000 è stato l'anno cruciale del passaggio fra i concorsi e il grande professionismo Teatrale. Spoleto (vetrina internazionale per giovani esordienti) ha segnato il mio debutto con il primo Verdi in Oberto, titolo che mi ha predestinata ad essere scelta per un certo tipo di ruoli verdiani.
Nel 2001, a seguito della vittoria del concorso Voci Verdiane, il M° Arcà, presidente della Commissione, mi ha segnalata al M° Muti, con il quale si è realizzato il sogno della mia vita, con la recente esecuzione dell'opera Due Foscari alla Scala di Milano.
Ma il capitolo Primo Verdi non era concluso perché, a seguito di una fortunata audizione per l'Arena, mi scritturarono per diversi concerti all'estero sotto la direzione musicale del M° Fapanni, che hanno segnato la futura collaborazione per Nabucco e Aida, dirette dal M° Oren.
A seguito di queste recite ho ricevuto il Premio Le Voci come migliore debuttante areniana 2002 e sono stata riconfermata per Aida e Turandot nel 2003.

Micaela CarosiQuesto è soltanto un percorso per così dire tecnico, che si impara studiando, o dipende anche dall'esperienza diretta che si ha sul palcoscenico?

Dipende un po' da tanti fattori, arrivati a certi livelli la tecnica rimane a casa…nel senso che uno deve dare per scontato tutto quello che ha studiato. La preparazione tecnica sicuramente è fondamentale, ma secondo me al suo posto alla lunga si fa strada una sorta di preparazione personale. Di voci ce ne sono tante, belle e ben preparate, ci vuole un qualcosa in più. Io ho sempre dovuto e voluto puntare non solo sulla qualità, ma proprio sulla differenza, sul fatto di far vedere le mie diversità e farle vincere come tali, i miei difetti e farli vincere come tali oppure i miei pregi e farli vincere come tali su tanti altri. Nel mio mestiere bisogna essere molto sicuri, forse più che sicuri, seri, molto seri e professionali. Bisogna scavare molto, aggiungere molte sfumature e arrivare a un proprio punto di vista. Sul palcoscenico si incontrano ed entrano in relazione moltissimi universi diversi, tra direttori, cantanti, registi, e ci deve essere scambio. Se anch'io come cantante però non presento qualche cosa di personale, questo scambio o dialogo non può avvenire: se non si ha chiaro quello che si vuol presentare, il proprio punto di vista, è facile essere messi da parte o comunque non emergere.

Ma questa differenza è il talento?

E' una cosa che si costruisce, è anche talento, ma non è fondamentale: se io ho vinto su tante altre voci non è per la bellezza della voce, forse anche un po' per questo, ma sono sicura che ci voglia anche qualcosa di diverso, una marcia in più, una sorta di scavo interiore che ti permetta di entrare seriamente in un ruolo. E' fondamentale l'umiltà e il rispetto nei confronti di tutto quello che è scritto: sono molto fedele agli autori, cerco il più possibile di togliere tutti i fiati che non ci sono, per esempio nell'aria "Cieli azzurri" in Aida. Nel famoso passaggio con il do "No, mai più non ti vedrò…" c'è un lungo fraseggio che cerco sempre di cantare senza interromperlo con fiati, perché se il Maestro Verdi lo ha scritto senza fiati ci sarà pur un motivo, no? Ovviamente questo è un rischio personale, ogni volta si insinua il dubbio di farcela o meno, però se ce la fai le persone se ne accorgono e gli studiosi pure.
Recentemente ho fatto un'audizione a Torino con il Direttore Artistico M° Tutino, importante compositore contemporaneo, mi ha chiesto Aida e dopo avergli cantato "Cieli azzurri", mi ha detto: "Guardi Lei indubbiamente ha una bellissima voce, però io le riconosco una grande sensibilità e soprattutto qualità diverse." Per me questo è uno dei complimenti migliori che si possano ricevere, ed è anche un omaggio a Verdi.
E' chiaro che uno deve studiare tecnicamente per riuscire a farlo, poi ci sono anche momenti in cui uno non se la sente e prende fiato. Però bisogna Micaela Carosi - Liù - Turandot 2003sempre studiare al massimo, ai limiti delle proprie possibilità, sfruttando qualunque sfumatura.

Dopo il Suo doppio debutto in Arena l'anno scorso nel ruolo di Abigaille e Aida quest'anno è la volta di Liù?

Ho già interpretato il ruolo di Liù sotto forma di concerto, ma lo debutto scenicamente quest'anno in Arena.

Cosa pensa di Liù come personaggio?

Secondo me tutte le eroine pucciniane sono moderne e decise, Liù non solo protegge fisicamente la figura dell'anziano saggio Timur, ma contrasta anche il volere di una principessa in maniera anche piuttosto forte, in alcune frasi infatti lei è molto decisa e questo viene sottolineato anche musicalmente. Io non la vedo assolutamente come una Liù fragile e devo dire che anche il regista mi ha molto appoggiato nel dar vita a questa mia interpretazione del personaggio. La prima cosa che mi ha detto è stata: "Io non voglio vedere la solita Liù che piange dall'inizio alla fine", e ha ragione perché non c'è niente di tutto questo, soltanto la musica forse un po' suggerisce questa emozione. Quella di Liù è più una preghiera per cercare di dissuadere Calaf dal risolvere i tre enigmi, ma è una preghiera, non un pianto. Piangere è un atto emotivo, mentre pregare ha comunque dietro una motivazione. Liù è molto determinata: ha fatto un lungo cammino per proteggere l'anziano Timur, per incontrare Calaf e distoglierlo da questa azione. La sua è un'invocazione e anche nell'ultima aria "Tu che di gel" io la vedo molto vicina alla Butterfly perché ritorna sempre questa musica molto avvolgente, molto circolare. Il tema "Prima di questa aurora…" continua a ripetersi, ma tra una frase e l'altra di questo ciclo c'è un cambio di motivazione: quando Liù canta per la seconda e ultima volta "Prima di questa aurora io chiudo stanca gli occhi per non vederlo più..", lei si alza in piedi, prende il pugnale e si uccide. Questo gesto comporta una motivazione interna molto forte: per non parlare, per difendere il volere di Calaf muore, il suo amore per lui è incondizionato e coraggioso.

Ha trovato qualche differenza tra l'Arena e gli altri teatri al chiuso?

E' tutto diverso, l'Arena è proprio umana nel senso che ti accoglie piano piano. Non l'Arena come pubblico, ma l'Arena come luogo: c'è una sorta di scambio e poi arriva il momento magico in cui risponde. Le stesse prove che si fanno in Arena sono magiche: in questo luogo c'è la potenzialità di creare quel tipo di sospensione mentre si canta, è un luogo che ti permette di fermare il tempo. Già il fatto di essere in questo luogo del passato così evocativo, e in più di percepire questa musica bellissima, tutto questo porta a un certo tipo di sensazione, che però non sempre è immediata, va anche ricercata. A me è successo la scorsa estate per esempio in Nabucco, quando ho fatto la mia prima recita è stata un'esperienza fantastica: sono uscita in palcoscenico e ho sentito subito questa corrispondenza immediata. Il pubblico respira quello che si sta creando, quindi è fondamentale agganciarsi prima al luogo, alla musica e poi passarlo al pubblico.

Ma l'Arena può anche spaventare?

L'anno scorso non ho avuto paura, non so se sia stata beata incoscienza, con un ruolo come Abigaille poi! Chiaramente c'era tanta l'emozione, ma non paura…quest'anno non so, mi riservo di dirvelo dopo la prima di Turandot. In Arena però io mi sento veramente molto protetta, molto a mio agio sia acusticamente che scenicamente. Non sono la distanza e le dimensioni a creare la maggiore paura.

Tra questi tre ruoli - Abigaille, Aida e Liù - qual è quello che Le piace di più interpretare?

La voce per interpretare questi ruoli è sempre la stessa, non cerco di camuffarla ingrossandola o diminuendola, cambiano solo i tenori per cui morire, certo con Cura è più piacevole.
Nella regia di Turandot di quest'anno Liù è una figura un po' più statica rispetto ai ruoli della scorsa estate. Ci sono sì tanti movimenti, danze, la danza erotica, i giochi, però come personaggio Liù è più ferma, anche interiormente, è comunque una donna decisa, una che non ha bisogno di convincere fisicamente. Abigaille invece entra in scena con le spade e deve proprio incutere terrore anche fisicamente, e anche la stessa Aida, anche se un po' più intima di Abigaille, ha questi slanci di furore e scappa da una parte all'altra del palcoscenico su queste ondate di musica. Nel duetto di Aida e Amneris ci sono momenti da tigre, e qui lo spazio scenico non può davvero far paura, anzi aiuta moltissimo.
Io non ho preferenze di ruoli, forse c'è un autore che amo di più. Ogni volta che interpreto un personaggio per me è lì al 100%, come donna cerco di comprenderlo a fondo, di esserci completamente, di entrarci e di amarlo per quello che è, di conseguenza amo tantissimo pure l'opera che sto cantando. Posso dire che ci sono ruoli che mi piacerebbe tantissimo fare in Arena, per esempio Leonora nel Trovatore o nella Forza del Destino, o cantare nel Don Carlo. Micaela Carosi - Aida 2004

L'opera è un lavoro d'équipe, che peso hanno i direttori d'orchestra e i registi?

Io credo molto nella collaborazione con i direttori d'orchestra e nel lavoro che c'è dietro all'opera. Spesso cerco di assistere alle prove di preparazione dell'orchestra per entrare in sintonia col gesto del Direttore.
Un'importante esperienza è stata l'Aida di Franco Zeffirelli, quella di Busseto. Questo lavoro io me lo porto dentro come una perla preziosa, tutto quello che mi ha detto Zeffirelli per me è stata come una rivelazione. E' stato un lavoro a 360°, non solo musicale, in cui si è avuto il tempo di ascoltare anche tutti gli altri, i cantanti, gli altri ruoli, e di evidenziare le sfumature, le sfaccettature di tutti i personaggi. In un'opera è fondamentale comprendere tutto, non si può andare avanti a senso unico, ma è necessario entrare in relazione. Per questo ci vuole tempo, ma poi te lo ricordi e te lo porti dentro. Rispetto a questa piccolissima Aida di Busseto, che poi abbiamo portato in tutta Italia e adesso anche all'estero, nell'Aida di Zeffirelli a Verona la regia è sicuramente diversa, ma le motivazioni sono le stesse. So che il Maestro pensa certe cose e cerco sempre di tirarle fuori anche se i gesti cambiano a seconda dello spazio, so che cosa pensa lui di un personaggio e di tutti i personaggi dell'Aida, quindi è chiaro che mi risulta più facile approcciarmi a questo ruolo con lui come regista anche in Arena.

Cosa ne pensa di questa regia e scenografia di Turandot?

Secondo me è molto bella e suggestiva. Lo stesso regista, questo russo Alexandrov, è una persona splendida, devo dire anche molto impetuosa, riesce a mimare movimenti e gesti in maniera precisa. A prescindere dalle parole che noi non comprendiamo, riesce a farsi capire perfettamente, ed è proprio qui che sta la bravura di un regista: nel farti vedere le intenzioni scenicamente. Per noi cantanti è importantissimo avere delle motivazioni e dei cambi di motivazione fissi, degli appuntamenti chiari con il nostro personaggio.

20 Giugno 2003

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TurandotMercoledì 30 Luglio
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